201411.10
0
0

ARTICOLO SU DELIBERA ANM DEL 9 NOVEMBRE 2014

Il rumore spesso costituisce il miglior strumento per distrarre l’attenzione della gente. Leggendo la delibera conclusiva dell’assemblea dell’Associazione Nazionale Magistrati del 9 novembre, ho tratto la conclusione che il documento si sia diffuso in un’operazione propagandistica a tutela della categoria, piuttosto che su un’analisi sincera dei problemi che affliggono la giustizia.

Sia ben chiaro: gran parte delle premesse sono condivise anche dall’Avvocatura. E al contempo sappiamo che la maturazione del 60% delle prescrizioni nella fase delle indagini preliminari, che di fatto rendono l’azione penale non più obbligatoria, non sono certo l’effetto di indolenza o pigrizia, ma il risultato di un’oggettiva carenza d’organico. Ci saremmo però attesi che tra le proposte vi fosse l’abrogazione del comma 6 dell’art.2 del loro Statuto che, prevedendo che l’ANM dia “il contributo della scienza ed esperienza della magistratura nella elaborazione delle riforme legislative, con particolare riguardo all’Ordinamento Giudiziario”, di fatto incentiva il distacco negli Uffici legislativi e direttivi degli oltre duecento magistrati che avrebbero potuto attenuare il disagio di chi attende una “offerta di giustizia” tempestiva. Ci saremmo attesi che si chiedesse di applicare l’art.106 della Costituzione che prevede che anche gli avvocati possano essere designati dal Consiglio Superiore della Magistratura all’ufficio di Consiglieri di Cassazione, così ampliando gli organici e valorizzando esperienze preziose nell’interpretazione delle norme di diritto. Nulla di tutto questo.

La ragione è evidente. Attraverso questo sistema chiuso possono di fatto avere il dominio sulla giurisdizione e controllare ogni proposta di riforma incidente sul loro status, prima tra tutte quella separazione di carriere che sola permetterebbe di rendere operativo il diritto costituzionale al giusto processo. Derogare a questo status quo, significherebbe privarsi del boccino che consente spesso di condizionare l’agenda dei lavori parlamentari e governativi, con buona pace del principio di separazione dei poteri.

Leggendo il documento stilato domenica sembrerebbe che le tante e condivisibili realtà segnalate, e negativamente incidenti sull’efficienza della macchina giudiziaria, abbiano costituito un’opera di autopromozione, al solo scopo di cercare consensi contro i “paventati” interventi normativi sulla responsabilità dei magistrati e sulle loro ferie. Significativa, in chiave propagandistica, la richiesta di rafforzamento degli strumenti di contrasto alla criminalità organizzata e economica, che – a prescindere dalla fondatezza (quasi non ci fossero già) – può costituire pretesa dei pubblici ministeri; giammai dei giudici, che devono mantenere un atteggiamento distaccato, senza “combattere battaglie” che facciano insinuare il sospetto che oltre alla mafia vi sia un’altra emergenza: quella della tutela dei diritti di chi è imputato di reati di criminalità organizzata, quasi fosse colpevole a prescindere.

Se poi ci vogliamo misurare concretamente sulle proposte, la quasi totalità di esse non solo le condividiamo, ma le sosteniamo apertamente. Leggere, però, un invito a intervenire sulla prescrizione che ne escluda il decorso almeno dopo la sentenza di primo grado – nella sostanza introducendo l’istituto dell’eterno imputato (anche se assolto con decisione poi impugnata) – significa auspicare un rimedio peggiore del male, tradendo quel che era stato già intuito qualche millennio addietro. Così come mi piacerebbe fossero spiegati quali siano “gli inutili formalismi” da eliminare, in una materia in cui la forma è strumento di tutela dall’arbitrio.

Ho sempre pensato che i problemi di efficienza si risolvano con il contributo di tutte le parti, purchè non interferiscano pretese sindacali o corporative (di tutti, compresi gli avvocati). Altrimenti ogni questione diventa solo occasione per inseguire vantaggi e prebende.

Un’ultima doverosa osservazione. Leggo che l’Assemblea dell’ANM ha deliberato di indire “la Giornata per la Giustizia, per sabato 17 Gennaio 2015, con l’apertura dei tribunali alla cittadinanza”. La Giustizia non è valore che appartiene a qualcuno, ma a tutti i cittadini. Non c’è bisogno di offrire ospitalità a chi, per la Costituzione, è già padrone di casa al Palazzo di Giustizia.




Catania 10 novembre 2014


Il PresidenteAvv. Enrico Trantino

Leave a Reply