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ARTICOLO SUL D.L. 146/2013 PUBBLICATO SU LA SICILIA DEL 6 AGOSTO 2014

Con la legge n.4 del 19 gennaio 2001 è stata introdotta nel nostro sistema la possibilità di disporre il monitoraggio elettronico per i soggetti in detenzione domiciliare. Nonostante l’acquisto dei relativi “braccialetti”, la norma è rimasta di fatto non operativa, essendo stata applicata in casi assai limitati.

Con un’inversione di tendenza, il DL.146 del 2013 ha modificato le norme in materia cautelare facendo diventare regola ciò che prima era eccezione, stabilendo che il giudice – anche in fase esecutiva – nel disporre gli arresti domiciliari, debba prescrivere procedure di controllo a distanza “salvo che le ritenga non necessarie”.

Il “nuovo corso” non è altro che l’applicazione di specifiche Risoluzioni e Raccomandazioni europee, secondo le quali le misure cautelari e le sanzioni applicate in area esterna al carcere dovrebbero rappresentare la soluzione di prima scelta anche per i reati più gravi, considerata l’incidenza del controllo permessa dai dispositivi elettronici.

Recependo le nuove regole, i giudici catanesi delle Indagini preliminari, del Tribunale del riesame e del Tribunale di Sorveglianza, hanno cominciato a disporre la restrizione domiciliare con applicazione del braccialetto elettronico, in luogo della carcerazione, strumento coercitivo da considerare sempre più eccezionale.

Di recente, però, abbiamo appreso che prima il Ministero e poi le Questure hanno diramato una nota con cui informano gli uffici giudiziari della sopravvenuta indisponibilità dei dispositivi elettronici e che i prossimi provvedimenti con cui si dovesse disporre l’applicazione del braccialetto, verranno eseguiti in ordine cronologico secondo una lista d’attesa gestita dalla Telecom (concessionaria del servizio), appena dovessero rendersi disponibili quelli per adesso utilizzati da altri imputati. Il tutto per effetto di una dotazione limitata, che doveva rivelarsi già insufficiente al momento dell’acquisto avvenuto nel 2001, senza che mai nessuno abbia pensato in questi tredici anni a indire una nuova gara d’appalto per l’acquisizione di nuovi apparati.

Gli effetti sono aberranti: da un lato si rende una società privata (la Telecom) arbitra dei tempi di esecuzione delle decisioni giudiziali; dall’altro – ed è più grave – non si eseguono i provvedimenti di applicazione della nuova misura, di fatto costringendo gli imputati a subire una detenzione carceraria che gli stessi giudici hanno riconosciuto inadeguata (perché inutilmente severa) per la tutela della collettività.

Chiaramente, in questa terra di mezzo si muovono gli avvocati, costretti a spiegare ai propri clienti quel che, per quanto beffardo e grottesco appare, risulterà sempre inspiegabile.

Alla luce di questa premessa, il Direttivo della Camera Penale Serafino Famà di Catania indirà a settembre un’assemblea degli iscritti per valutare quali iniziative adottare per sollecitare il Ministero a un’immediata soluzione della vicenda, considerati peraltro i costi che – è facile prevedere – dovrà poi sostenere il Governo italiano per risarcire chi dovesse adire la Corte europea per mancata esecuzione di specifiche prescrizioni imposte da Bruxelles.


Il Presidente

Avv. Enrico Trantino

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