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ARTICOLO SULLA RESPONSABILITA’ DEI MAGISTRATI PUBBLICATO SU LA SICILIA DEL 26 FEBBRAIO 2015

Il tema della responsabilità dei magistrati è uno di quelli che risente di un maggior rischio di deformazione ideologica. A secondo di chi esprime la propria riflessione, sorge il dubbio di un’analisi tendenziosa, generata dal ruolo politico o professionale esercitato. Leggendo i commenti di queste ore si passa dall’ormai monotono e evergreen “attacco all’indipendenza della magistratura”, alla “giustizia di classe” per giungere alla “intimidazione dei giudici”. Da parte opposta si urlano rivendicazioni punitive per chi sbaglia, quasi adombrando una mala fede permanente nei casi di errore giudiziario, minando in questo modo la credibilità della funzione giudiziaria.

Un dato a mio avviso imprescindibile è il ruolo interpretativo – di norme e fatti – attribuito dalla legge a chi giudica, che reca in se l’insidia dell’errore (o, più correttamente, della opinabilità di giudizio). È utile precisare che non sono certo questi i casi per i quali è stata sollecitata una più efficace azione di tutela risarcitoria, essendo il giudice in buona fede immune da qualunque pretesa. Il problema sorge quando il giudice, per gravi negligenze – talvolta determinate da un acritico recepimento della tesi del “collega” pubblico ministero – procura un serio danno a un individuo, che nessun giudizio assolutorio potrà mai rimarginare. In questi casi è doveroso chiedersi per qual ragione vi debba essere nel nostro Sistema una sola categoria che goda di immunità, rispetto a tutte le altre (avvocati, medici, ingegneri…), costrette – giustamente – a pagare nel caso di loro responsabilità.

Opporre quanto accade in altri Paesi (per esempio Inghilterra e Stati Uniti) in cui vige una totale immunità per le decisioni assunte, significa fuorviare l’analisi, tacendo le differenze abissali in tema di reclutamento dei magistrati e di responsabilità delle decisioni, affidate in larghissima parte a una giuria formata da cittadini.

Il dato imprescindibile è che fino all’altro ieri, di fronte a una negligenza inescusabile di un magistrato, la parte offesa aveva solo una facoltà: andare al tribunale civile, presentare la propria denuncia e aspettare che la corte d’appello, senza entrare nel merito, dicesse se la denuncia fosse fondata o no. In caso affermativo, un giudice avrebbe poi deciso della fondatezza della richiesta. Nel concreto dall’entrata in vigore della legge nel 1989 al 2012, su 34 casi di denuncia accettati dalla Corte, le condanne sono state solo cinque. E spero che neanche l’ultimo dei giapponesi che si annidi tra i magistrati voglia sostenere che ciò è accaduto per l’infallibilità dei giudici.

Le novità più rilevanti introdotte dalla legge approvata il 24 scorso dal Parlamento, sono la mancanza di filtro della Corte d’Appello e l’estensione della responsabilità ai casi di “travisamento del fatto o delle prove”; fermo restando che il cittadino potrà rivolgere la propria azione solo nei confronti dello Stato, che poi valuterà se rivalersi sul magistrato. Di fronte a una soluzione che trovo equilibrata, si sono alzati gli strali dell’ANM ritenendo che il giudice, in questo modo, agisca condizionato dal timore di un’azione risarcitoria. Il pres. Sabelli si è spinto oltre affermando che con questa legge si dà “la possibilità alla parte processuale più forte economicamente di liberarsi di un giudice scomodo”. Sono convinto che tanto più infondato è il messaggio, tanto meno sono gli argomenti di cui si dispone. Nessuno potrà liberarsi in un processo del “giudice sgradito”, trattandosi di ipotesi disancorata dalla prassi concreta che potrà instaurarsi. Infine mi stupisce la preoccupazione per la mancanza di filtro, quasi a dubitare – in una paradossale sindrome di diffidenza – dei propri colleghi che dovranno verificare la fondatezza della pretesa risarcitoria. Nessun pericolo infine di iniziative strumentali, prevedendo già da ora la condanna a spese considerevoli nel caso di azioni temerarie, come strumento di dissuasione all’esercizio di esse.

Uno solo il limite che si intravede nell’attuale schema approvato dal Parlamento. La possibilità di esercitare l’azione nei confronti del magistrato anche nel caso di ritardo nel compimento di atti del suo ufficio: principio indiscutibile, ma che impone uno sforzo dello Stato per integrare gli organici delle unità mancanti.

Il nostro ordinamento ha previsto più gradi di giudizio per correggere eventuali errori verificatisi nel corso del processo; ma i guasti irreversibili generati all’esistenza di taluni, per gli eccessi di qualche magistrato, non potevano rimanere impuniti. Lo esige la società. Lo esige il buon senso.

Enrico Trantino

Pres. Camera Penale di Catania Serafino Famà

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